Indici introdotti dalla Riforma della crisi d'impresa: gioie e dolori

Massimo Leone
09 lug 2019
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Le norme sulla crisi d'impresa introdotte dal DL 14/2019 prevedono che lo stato di salute delle aziende sia valutato dal revisore o dai sindaci, attraverso appositi INDICI elaborati dal Consiglio nazionale dei Dottori Commercialisti.
Gli indici devono poter misurare la sostenibilità degli oneri da indebitamento con i flussi di cassa che l’impresa è in grado di generare, nonché l’adeguatezza dei mezzi propri rispetto a quelli di terzi. In pratica devono rilevare la sostenibilità dei debiti per almeno sei mesi e valutare la prospettiva di continuità aziendale per l’esercizio in corso.

Se il revisore, analizzando questi indici, ritiene che ci siano rischi per la continuità aziendale, deve attivarsi tempestivamente segnalando la situazione ad un organo esterno denominato Organismo di composizione della crisi (OCRI).
Per tutti coloro che vivono la realtà delle imprese, la suddetta impostazione della norma appare tanto interessante quanto, per usare un eufemismo, teorica.

Il problema principale degli indicatori, infatti, non è tanto quello di individuarli ma quanto quello di "tararli", ovvero di stabilire idonei ed efficaci benchmark che consentano all’analista di capire, nel caso specifico e non "in teoria", quando essi possano rappresentare segnali concreti di crisi.

In pratica è necessario evitare il "falso positivo", ovvero la situazione in cui l’indicatore fornisce un segnale di crisi in atto, che in realtà non esiste!

In questo caso è facile prevedere le pesanti ripercussioni di una segnalazione all'OCRI "non necessaria". Al revisore/sindaco è quindi stata affidata una responsabilità quanto mai delicata senza, ritengo, fornirgli tutti gli strumenti necessari.
È noto infatti che uno stesso indicatore, ad esempio il ROS, piuttosto che l’indice di indebitamento, possa assumere livelli totalmente diversi di accettabilità o meno a seconda del settore, delle dimensioni aziendali, delle caratteristiche della clientela ed anche della zona geografica in cui essa opera.
In buona sostanza uno stesso valore del ROS può rappresentare un segnale di crisi in un determinato contesto e di regolare continuità in un altro.
Basti pensare che anche le banche che si avvalgono di algoritmi sofisticati per determinare il rating aziendale che misura l’affidabilità di una azienda, spesso e volentieri non riescono a percepire, per tempo, quando per una impresa esiste un rischio concreto di continuità.

Altrettanto affrettata e poco realistica appare la soluzione di utilizzare software che dovrebbero “magicamente” fornire al revisore la soluzione dei suoi problemi per almeno due ordini di ragioni.

La prima attiene alla significatività dei bilanci delle PMI che talvolta, per non dire spesso, non fornisce una rappresentazione veritiera e corretta della azienda e quindi se si utilizzano tout court i dati di bilancio per sviluppare analisi, è alquanto probabile che le stesse non risultino corrette.
La seconda attiene, come già detto, alle specifiche caratteristiche della azienda ed alle sue prospettive ovvero alla evoluzione del suo business che ogni bilancio, nato già vecchio, fa fatica a rappresentare.

In sintesi la sfida più rilevante che ogni revisore sarà chiamato ad affrontare non atterrà tanto alla scelta degli indicatori, quanto al giusto peso da attribuire loro ed alla corretta interpretazione delle relazioni tra gli stessi nel contesto reale in cui opera l’impresa sotto osservazione.

Ritengo sia una grande responsabilità assolvere a questo compito, difatti questa attività potrà essere effettuata solo se si dispone di una solida preparazione ed esperienza in tema di economia e finanza aziendale che nessun software può sostiuire.